Vorrei riproporre un articolo scritto un anno fà, ma maledettamente attuale…

 

Vorrei provare a rispondere a questa domanda. No, non è una domanda retorica. La neve sulle Alpi, come sugli appennini, potrà avere un futuro? E se sì, quale?

La domanda è un po’ vaga perché la neve oltre ad essere un importantissimo vettore turistico per le regioni alpine Italiane, e non solo, è un’importantissima riserva idrica che in primavera rifornisce fiumi e laghi. Inoltre, è un importantissimo regolatore dei ritmi vitali di flora e fauna di alta montagna.

Negli ultimi anni, è stata registrata una riduzione nella durata e dello spessore della copertura nevosa, principalmente nelle zone di media montagna (diciamo sotto i 3000m). Il futuro non fa ben sperare, con una stima della riduzione del manto nevoso intorno al 25% nei prossimi anni

Un potenziale futuro per le alpi potrebbe essere quello di diventare sempre più simili agli appennini, cioè un aumento della copertura vegetale collegato all’aumento delle temperature. Un fenomeno simile si sta registrando in Artide e su altre catene montuose asiatiche ed europee, dove la copertura vegetale sta leggermente aumentando a causa dell’aumento delle temperature.

Un aumento della stagione vegetativa per specie vegetali selezionate per climi freddi con corte stagioni produttive, potrebbe essere controproducente. Principalmente un minor spessore del manto nevoso isolerebbe malamente i semi dalle gelate invernali. In secondo luogo una stagione vegetativa più lunga porterebbe ad una richiesta idrica  maggiore da parte delle piante ma con una risorsa idrica non più disponibile a causa della maggior fusione. Tutto ciò porterebbe ad una riduzione della produttività vegetale (come osservato in Artico). Quindi anche un minor stoccaggio di CO2. Anche la fauna non ne gioverebbe a causa degli sconvolgimenti della stagione vegetativa delle piante.

Dal punto di vista turistico una diminuzione della copertura nevosa, soprattutto sotto i 3000 metri, potrebbe portare ad una sofferenza del turismo invernale con una riconversione forzata di quelle zone dove sarà ormai impossibile sciare (anche con neve artificiale). Anche l’uso di cannoni sparaneve dovrà essere regolato visto il loro enorme uso di risorse idriche. Alcuni settori delle Alpi, come il settore dolomitico, soffriranno maggiormente a causa della relativa bassa quota degli impianti. Le regioni come la Valle d’Aosta sicuramente avranno un vantaggio a causa della maggiore altezza media dei loro impianti.

Tutto ciò potrebbe sembrare spaventoso, ma potrebbe essere anche un vantaggio per un turismo invernale più consapevole, che non abbia solo lo sci e la pasta asciutta ad alta quota come scopo. Un turismo dove si possa riscoprire il cammino lento sui sentieri. Un turismo dove non vengano più disboscati dei versanti montani per creare delle piste da sci. Anche la ricchezza sarebbe meglio ridistribuita sul territorio con magari un maggior lavoro per le guide locali.

Il presente lascia poco sperare. Pur di favorire un turismo invernale di “lusso” ormai in declino anno per anno, si creano dei mostri come piste da sci innevate artificialmente con intorno dei boschi privi di tale copertura.

Per quanto riguarda gli appennini la situazione ormai è chiara. La stagione invernale con le piste da sci aperte ormi è quasi più un’eccezione che una regola.

In conclusione possiamo affermare che le Alpi europee si stanno lentamente trasformando. Una forte riduzione del colore bianco, con diminuzione dell’effetto albedo,  ed un aumento di quello verde.

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